C’è una contraddizione nel nostro sistema educativo: chiediamo ai ragazzi di prepararsi al futuro, ma spesso li educhiamo attraverso strumenti e immaginari che appartengono soprattutto al passato. Attenzione: senza Sofocle non capiamo certe tragedie del presente, senza Platone alcune delle nostre illusioni, senza Shakespeare le dinamiche del potere e delle relazioni umane. Ma se il passato ci offre le domande, chi ci aiuta a riconoscere quelle che stanno nascendo adesso?
Qui entra in gioco il teatro a noi contemporaneo. Dewey ci ricorda che si impara attraverso l’esperienza, Freire ci invita a superare un’educazione fondata sulla trasmissione passiva del sapere, Rancière ci spinge a riconoscere l’uguaglianza delle intelligenze. Da prospettive diverse, questi pensatori ci suggeriscono una possibilità: imparare non significa soltanto conoscere il mondo, ma sperimentare nuovi modi di abitarlo. Il teatro contemporaneo fa proprio questo. Non si limita a spiegare la precarietà: la mette in scena. Non definisce il potere: ci fa osservare come agisce. Non sempre offre risposte rassicuranti: apre domande, mette in crisi le certezze, ci costringe a guardare da prospettive diverse.
E se Aristotele entrasse in classe attraverso La malattia dell’ostrica di Morici ? La sua riflessione sulle emozioni e sulla catarsi potrebbe diventare un punto di partenza per affrontare l’educazione emotiva: imparare a riconoscere ciò che proviamo, dare un nome alla fragilità e comprendere quella degli altri. Un pensiero antico che, attraverso il teatro contemporaneo, incontra una necessità profondamente attuale. E se Simone de Beauvoir accompagnasse gli studenti alla visione de Lo Sciopero delle bambine? La sua riflessione su come la società costruisce i ruoli femminili aiuterebbe a interrogare gli stereotipi di genere, le disuguaglianze e il diritto delle donne a un lavoro paritario. Il pensiero filosofico uscirebbe così dai libri per diventare uno strumento con cui leggere e mettere in discussione la realtà.
È qui che il lavoro dei professori può incontrare il teatro contemporaneo: non abbandonando Aristotele, de Beauvoir o i classici, ma mettendoli in relazione con le esperienze delle nuove generazioni. Con La malattia dell’ostrica, la filosofia diventa un’occasione per parlare di emozioni; con Lo Sciopero delle bambine il pensiero politico si misura con i diritti e le disuguaglianze. Il passato offre profondità alle domande del presente, il presente restituisce urgenza al passato e il teatro apre uno spazio per immaginare il futuro. I classici non vengono sostituiti: tornano a parlarci, perché qualcuno li mette in dialogo con la vita. Non sarebbe una rinuncia alla tradizione, ma il suo collaudo. I classici tornerebbero a essere strumenti per leggere il mondo, anziché monumenti da visitare. Il teatro contemporaneo acquisterebbe profondità storica, anziché confondere ogni novità con una rivoluzione.
E se questa alleanza funzionasse davvero?
Cominceremmo dagli studenti, capaci di discutere un conflitto senza trasformarlo subito in una guerra tra fazioni, e dai professori, meno custodi solitari di programmi da completare e più esploratori capaci di mettere in dialogo conoscenze, linguaggi artistici e domande inattese. Le interrogazioni potrebbero persino comprendere una scena teatrale per dimostrare di aver capito un concetto. E forse bisognerebbe partire da un piccolo dettaglio rivoluzionario: alzare gli stipendi!
Il cambiamento uscirebbe dalle aule: i politici in consiglio comunale dovrebbero interpretare un cittadino alle prese con una buca stradale prima di approvare il bilancio dei lavori pubblici. Negli ospedali si farebbero prove di empatia, nei colloqui di lavoro si chiederebbe di interpretare il punto di vista del proprio futuro collega e nelle riunioni condominiali chi lascia la spazzatura fuori dal portone dovrebbe impersonare chi la raccoglie.
La rivoluzione dilaga. ll teatro arriverebbe nei gruppi WhatsApp dei genitori: prima di inviare un messaggio vocale di sette minuti, ciascuno dovrebbe scrivere una drammaturgia del conflitto, interpretare tutte le parti e proporre due finali alternativi. Le 247 notifiche quotidiane si ridurrebbero a una sola: la locandina dello spettacolo di fine anno.
Naturalmente, per realizzare tutto questo, il Ministero istituirebbe un tavolo di lavoro interdisciplinare, tre sottocommissioni e un osservatorio nazionale. Dopo sei mesi e 84 pagine di verbali, si concluderebbe che occorre uno studio di fattibilità di cinque anni per verificare se il teatro sia davvero utile alla scuola. A quel punto, un alunno di quinta elementare alzerebbe timidamente la mano: «Scusate, ma perché non andiamo semplicemente a teatro?».
Silenzio in sala. Sipario.
Forse la vera rivoluzione educativa comincia proprio da qui: non aggiungere un’altra materia al programma, ma dare ai ragazzi e nuovi strumenti per comprendere il mondo, mettere in discussione il presente e immaginare il futuro. E magari, ogni tanto, imparare anche a ridere di noi stessi.